K2. Storie di donne e uomini

3 AGOSTO 2004
Non so se posso permettermelo. Forse sì, forse no, francamente non mi interessa molto. Credo però di essere in una posizione vagamente privilegiata come testimone. Ho tentato la salita del K2 due volte, una prima volta nel 1994 da nord, con Nives Meroi, Romano Benet, Fabio Agostinis, Filippo Sala ed altri amici meravigliosi. Il quarantennale. Una rivelazione. La montagna più in-famosa del mondo, io un piccolo uomo della grande pianura, un Dersu Uzala dei poveri. Ma una rivelazione. Scrissi allora prima di partire, che comunque fosse andata – e non andò per me in maniera particolarmente brillante dal punto di vista alpinistico– sarebbe stata un’esperienza che si sarebbe incastrata nella mia vita per sempre. Fu in effetti una specie di auto-profezia. Il K2, assieme a quella squadra di amici straordinari, saebbe stato il mio sterzo, il mio punto di non ritorno, come un decollo finale per una vita diversa, piena, sapida, forse strana. Vale il “io c’ero” in questo contesto? Per me sì. Il K2 è sempre stato una storia di uomini e donne. Forti, meno forti, sfiniti, incrostati di neve e muco secco, blu di freddo e congelamenti.

Nel 1999 tento ancora, con Oskar Piazza, Angelo Giovanetti e tre compagni che ora sono spiriti dell’aria, come direbbe Kurt Diemberger, che di storie del K2 se ne intende parecchio: Mihai Cioroianu, Jay Sieger e Ugur Uluocak. Un rumeno, un alaskano ed un turco, etnie tra loro più sconnesse che mai. Uomini belli più che mai. Mihai lascia la sua vita dura di rumeno là, in quei giorni, sui pendii nevosi tra il campo 1 ed il 2 dello Sperone Abruzzi. Vita scomoda quella di Mihai, elettricista tuttofare per tre anni in Germania prima, consulente part- time di un negozio di attrezzatura montagna- outdoor in quel di Bucarest poi. Tutto questo per scalare le montagne del mondo. Gioco con sua figlia Oana nella sua casa di Bucarest, ed Helena, sua moglie mi chiede di lui, delle sue ultime ore, mentre ceniamo in un piccolo ristorante della capitale. Ci facciamo pellegrini tra le sue montagne, i Carpazi, dove gli amici hanno posto una targa semplice, commovente: “Qui Galliani (suo misterioso soprannome) ha mosso i suoi primi passi di alpinista.” Montagne belle e selvagge i Carpazi. Per forza Mihai era forte. Era forte di salite dure e bellezza.

Jay era un grande tentatore. Il più grande tentatore di ottomila che abbia mai conosciuto. Li aveva tentati quasi tutti senza mai giungere in vetta. Un solitario, quasi sempre aggregato a gruppi già formati. Era la personificazione della solitudine, del vagabondaggio. La personificazione della frontiera americana. Nella sua casa di Kenai, dove l’estate dura poche settimane, suonava la sua Fender a volume nove. Il K2 l’aveva tentato da sud e da nord, sempre senza fortuna. Ha salutato il mondo scendendo dal suo primo ottomila, il Makalu, il 18 maggio 2004.

Ugur è stato un vero amico. Giornalista, fotografo, docente universitario. Colto, forte, poliglotta, con un sense of humour britannico-mediterraneo. Mi mancano da morire le sue telefonate, i suoi discorsi splendidi in un grammeleau franco-italico-turco. Un gentleman dei primi del novecento, viaggiatore nel senso più nobile del termine. Abbiamo passato settimane assieme in Dolomiti, vagabondando tra pareti e bottiglie di Teroldego come dei Whymper moderni e senz’altro meno nobili. Ma non per questo meno appassionati. Anche per lui il K2 era “La” montagna. Che per due volte l’aveva respinto. K2-Ugur 0, scrisse come titolo di un suo reportage per la rivista turca Atlas, una specie di Airone ottomano. Aveva ironia ed intelligenza in eccesso, Ugur.

 

Ora leggo dei brillanti successi di italiani e spagnoli sul Chogorì. Sono contento, davvero. Parecchi degli alpinisti che sono arivati in vetta li conosco bene, alcuni li ammiro sinceramente. Come Gnaro Mondinelli, dotato di un cuore ipertrofico, in senso fisico e figurato. Un grande atleta ed un uomo serio, per il quale, fuor di ogni retorica, la pelle, sua e degli altri, viene prima della cima. Sembrerebbe normale in pianura padana, a Rimini, a Milano. Meno automatico a 8.500 metri. O Renzo Benedetti con il suo inarrestabile ardore alpinistico. Come Juanito Oyarzabal, basco selvatico, forte e genuino o Edurne Pasaban, anche lei basca, bella e tenace come un lichene.

Un bel successo sicuramente, ma anche una storia fortissimamente mediatica, come conviene a questi tempi di apparenza. Purtroppo anche irrimediabilmente tinta di una certa retorica patriottarda fuori tempo massimo. Per questo mi piace tanto di più quel che scrive Leonardo Bizzaro a commento su Repubblica del 27 luglio: “E’ finita la lunga astinenza degli alpinisti sul K2. E’ finita, ma quella di ieri non è un’impresa storica, né una vittoria italiana. E’ una bella avventura sulla seconda montagna della terra, sull’ottomila forse più difficile, resa possibile dalla collaborazione di molti alpinisti di tutto il mondo. Ma senza il duro lavoro degli sherpa e dei portatori pakistani nessuno sarebbe giunto in vetta.”

Perché la storia del K2 è antica ed è fatta sì dei successi di questi giorni, ma anche dei “fracasos”, dei fallimenti dei tanti che si sono succeduti in questi lunghi cinquant’anni. Del lavoro duro e umile di tanti carneade del rampone.

Parlo al telefono con Paolino Tassi, guida alpina, Scoiattolo, bolognese di sangue e cortinese di cuore, coordinatore del trek al campo base del K2 a cui ha preso parte Lino Lacedelli e da poco rientrato in Italia. Mi confessa la sua commozione dell’essere stato là, anche solo ai piedi della Grande Montagna. Il suo senso di straniamento al ritorno. Non so se ci sia qualcosa di ancestrale per noi che abbiamo la pianura nel DNA e la montagna nel cuore, ma capisco e condivido la sua emozione. Del resto tutte le polemiche, i litigi, le grandeur mediatiche, completate da presenze politiche al campo base che – personalmente e per vari motivi – trovo per lo meno imbarazzanti, fortunatamente poco intaccano la bellezza aspra e pura dei luoghi, che rimane intatta. Lo dice anche Emanuela Audisio, sempre su Repubblica, pure se con un tono militaresco anche qui un po’ troppo retorico: “Il gigante non si lascia vincere facilmente. Ora come allora. Burroni, cime ingannevoli come miraggi e spigoli, le sue armi. Scivolano via gli uomini. Mangia il respiro e lascia cadere. Mica facile stargli su. Non ammette revival, nostalgia, effusioni. C’è sempre troppo vento lì sotto la cima. Troppe cose che volano via, insieme ai sentimenti.”

Ora però si attende l’altra storia, quella che scriveranno Nives Meroi, Romano Benet, Luca Vuerich, Fabio Agostinis e gli altri del versante nord. Una storia sicuramente più selvaggia, più discreta ma non per questo meno importante. Anzi, senz’altro più nitida. Una storia senza portatori né corde fisse preparate da altri, secondo lo stile abituale degli amici tarvisiani. Irrita davvero il cono d’ombra che li ha tenuti in disparte per tutto questo tempo. Non che, conoscendoli, la cosa li disturbi più di tanto: prima i fatti, poi le parole è il motto. Lo scorso anno tre ottomila in venti giorni, tanto per fare un esempio. Ma leggere qualche notizia sulla loro progressione avrebbe dovuto essere la norma e non l’eccezione. Nives potrebbe diventare la prima donna vivente ad aver scalato otto vette di ottomila metri. Ma si sa, talvolta certa coerenza, certo rigore morale e pratico – in una parola, certa “etica” – produce più splendore e brilla più di tanto clamore. E per questo può dare molto fastidio. Un altro segno dei tempi che stiamo vivendo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...