Autunno tibetano

12 SETTEMBRE 2008
Atterrando al Tribhuvan International Airport di Kathmandu in questa calda giornata di settembre, ritrovo l’atmosfera solita: traffico,caos, clacson e brulichio di persone ovunque. Ed il verde brillante delle colline dissetate dalla coda del monsone. Ma in quest’autunno 2009, vi sono molte cose diverse. Fatti che riguardano aspetti importanti della vita nepalese, come il governo a larga maggioranza maoista, nato dalle elezioni di aprile o come il palazzo reale, simbolo per eccellenza della secolare monarchia nepalese dissoltasi in poche storiche settimane nel 2006, ora svuotato dalla corte di re Gyanendra ed in procinto di diventare museo della neonata repubblica del Nepal.

Il cambio drastico di governo e’ un evento storico, anche se non sembra, al momento, aver portato sconvolgimenti istituzionali, ne’ allo stile di vita dei nepalesi. Ne’ in meglio, ne’ in peggio. Qualche conflitto interno agli stessi maoisti, oltre che fra le tre componenti del governo – maoisti,comunisti ed i moderati del Nepali Congress – sembra riproporre scenari gia’ visti in passato, mentre il cronico deficit economico-finanziario del paese rende difficile ai maobadi la governance, rallentando per ora le radicali riforme istituzionali sbandierate in campagna elettorale. Il premier Prachanda, da buon maoista, ha lo sguardo piu’ rivolto verso la Cina – dove ha fatto la sua primissima visita ufficiale dopo le elezioni – che all’India, la quale si e’ mostrata un poco infastidita da questo fatto. In ogni caso non potra’ pensare di governare il Nepal senza il supporto economico delle due potenze confinanti.

Meno importante, ma con una grande portata simbolica che forse rende maggiormente l’idea del cambiamento del Nepal, e’ l’ “apertura” (non ancora avvenuta ma, pare,molto prossima) del palazzo reale. Un avvenimento che i nepalesi sembrano aver assorbito con indifferenza – forse perche’ avvenuto senza gli spargimenti di sangue che di solito accompagnano le prese di palazzo – ma che solo poco tempo fa sarebbe stato impensabile. Il palazzo reale, con la sua opulenza, con i suoi accessi guardati notte e giorno da soldati fedeli e circondato da una chilometrica muraglia nel cuore stesso di Kathmandu, era il primo simbolo dell’intangibilita’ terrena e divina del re. Ora il re vive poco fuori Kathmandu, circondato dalla stessa impenetrabilita’ e opulenza, ma e’ diventato “periferico”, non e’ piu’ al centro del Nepal.

Gli altri cambiamenti di questa stagione riguardano un aspetto sicuramente meno importanto dal punto di vista storico, ma considerevole per il panorama alpinistico e sono legati alla situazione tibetana.   Con un Tibet ancora in regime, per cosi’ dire, di semi-liberta’, in cui e’ consentito l’accesso ai turisti solo per brevi tour classici – Lhasa, Gyantse, Xigatse, una botta e via, a casa; in cui la CTMA,sotto stretto controllo delle autorita’ cinesi ha emesso pochi permessi per Cho Oyu e Shisha Pangma (Everest ancora off limits), ma solo dopo aver introdotto nuove regole molto restrittive sul numero dello staff nepalese ammesso e sul numero degli alpinisti, i quali devono per forza essere di una sola nazionalita’ all’interno di uno stesso team; in cui gli alpinisti diretti in Tibet sono costretti ad attese snervanti prima a Kathmandu per ottenere il visto (una settimana) e poi a Kodari, il confine tra Nepal e Tibet, per i capricci arroganti delle autorita’ cinesi – e’ giunta notizia di una spedizione italiana diretta al Cho Oyu bloccata a Kodari per ben dieci giorni…Con tutto cio’ dunque, il Nepal vive una “seconda primavera”. La maggior parte delle spedizioni, infatti, dirette agli ottomila “facili” del Tibet, hanno dirottato sull’unico ottomila “facile” del Nepal, il Manaslu. Qui sono gia’ presenti – o stanno convergendo – ben venticinque teams, per l’autunno piu’ affollato che la cronaca riporti per questa montagna. C’e’ veramente di tutto: Nives Meroi, Romano Benet e Luca Vuerich con alcuni compagni, Edurne Pasaban con il team della TVE, in sfida diretta con Nives per l’undicesimo ottomila, Russel Bryce con i suoi clienti – e se persino lui, il “boss” dell’Everest Nord non e’ in Tibet, questo la dice lunga sull’atteggiamento dei cinesi… – Henry Todd e molti, molti altri alpinisti e sherpa. Altre spedizioni si trovano al Dhaulagiri ed all’Annapurna, altre ancora all’Everest, come la grossa spedizione scientifica italiana Highcare o quella coreana che tentera’ la salita della via di Bonington.

La morte del Tibet e’ dunque la vita del Nepal, almeno per cio’ che riguarda l’alpinismo. Quanto questo durera’ non e’ dato sapere. Qualcuno sperava che dopo i giochi olimpici la situazione tibetana potesse tornare ad una sua pseudo-normalita’: non ne sono mai stato convinto ed i fatti, purtroppo mi danno ragione. Leggo che il Presidente Napolitano ha detto che le olimpiadi sono state un bene per la Cina e per il suo atteggiamento nei confronti delle minoranze e dei diritti umani. Il Presidente e’ persona seria e stimabile, ma non so proprio da dove tragga la sua fiducia, quando ogni segnale che giunge dal Tibet – e dalla Cina – testimonia l’esatto contrario. Testimonia il protrarsi di un’arroganza, di una chiusura incondizionata, di una protervia violenta che non teme ritorsioni. Perche’ non ci saranno mai ritorsioni nei confronti di una potenza, la Cina, che tiene sempre piu’ le redini di un’economia mondiale cui tutti i paesi occidentali – sempre piu’ economicamente decotti, Europa ed USA in primis – guardano con un misto di timore e attrazione, sicuramente con la volonta’ di non rendersela nemica. Possono bastare due cerimonie sfarzose e pacchiane, quindici giorni di sport blindato e qualche record mondiale per cambiare una rotta politica ? Per ridare voce agli ultimi, a pochi pastori nomadi delle alte quote ?

Ma c’e davvero ancora qualcuno cosi’ ingenuo da credere che lo sport, la fratellanza, De Coubertin, tutti per mano, baci e abbracci, bla, bla, bla ? Questa e’ guerra, baby. Guerra di muscoli, sangue, potere e soldi. Tantissimi soldi. Persino il Dalai Lama , solitamente molto cauto nelle sue dichiarazioni, durante queste olimpiadi ha avuto parole inaspettatamente dure sulla repressione che e’ proseguita senza sosta, e senza testimoni, durante i giochi. Anche questo e’ un segnale. Un segnale che solo gli ingenui ed i furbi “interessati” possono fare finta di non avvertire.

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