Camminare stanca

7 LUGLIO 2008
Sono tempi duri. Tempi in cui le auto, con l’arroganza di cilindrate sempre più grosse, si muovono, spuzzando e rombando a vanvera in ogni strada, dai centri storici alle forestali più alte. Sono tempi in cui le motoslitte tritano neve gareggiando sulle mulattiere delle Alpi, surrogando la macchina che almeno lì non può arrivare.  Sono tempi in cui chi cammina a piedi è visto strano, con sospetto. Perché chi va a piedi lungo le strade d’Italia, d’Europa, sono i migranti, i poveri, i diseredati. Mala tempora currunt, dicevano i latini in questi casi. Ma il cammino rimane l’attività più antica e naturale dell’uomo, anche se i più l’hanno scordato. Il cammino è fisico e spirituale, porta da qualche parte o da nessuna, è fine a se stesso, ma non perde nobiltà.
Il mio ricordo più forte di cammino è già vecchio di vent’anni, ma non ha perso la forza che ha avuto allora. Un cammino lontano, che cercava avventura o forse solo rarefazione: di case, di strade, di gente. Eravamo stanchi di densità. Ed il cammino scioglie la densità, allunga le ore, stira i pensieri .

Eravamo in quattro, di breve conoscenza ma con idee chiare in testa. Avevamo deciso di investire tutta la nostra passione ed incoscienza – in egual misura – in quel viaggio. Il primo ricordo che mi viene è la stanchezza. Una stanchezza fisica assoluta, bella, pura. Una stanchezza che faceva prurito al cuore. La stanchezza che viene dopo un esodo, un pellegrinaggio. E quello, pure se fatto con gli sci ai piedi, era stato un pellegrinaggio: centotrenta chilometri sul ghiacciaio più grande d’Europa. C’era molto di spirituale. Intendiamoci, nessuna folgorazione sulla via di Damasco. Epperò…Quel cammino ci ha cambiato la vita portando ognuno di noi a scegliere il vivere libero del viaggio, della natura, della rarefazione.  Perché questa è la virtù del camminare: sciogliere la densità dei pensieri. Mentre si cammina, con o senza zaino, con o senza sci, con o senza slitta attaccata ai fianchi, i pensieri si allineano e si chiariscono. Non c’è l’affastellamento in bilico delle giornate di lavoro. L’incrostazione dei dubbi, delle rabbie, delle angosce si scioglie come calcare in aceto, mentre col sudore si espelle il rancore e la fretta. Si scambiano gli umori del corpo con la tranquillità dell’anima: un bilancio sempre in attivo.
In quel viaggio islandese abbiamo vissuto anche momenti tesi, duri. Ma è stato quando il cammino si è interrotto, compresso dalla bufera per tre giorni tra i teli delle tende ghiacciate o tra le lamiere di una piccola vettura, goffa su piste di roccia nera.

Cammino spesso lungo i sentieri himalayani e lì, passo dopo passo, trovo sempre casa. E’una sensazione meravigliosa quella di sentirsi a casa in luoghi lontani. Dà sicurezza e tranquillità, dà pace. E solo camminando si può provarlo. Perché il cammino è lento, e facilita gli incontri, dà il tempo di parlare, di esercitare la curiosità. E’ bello in un viaggio himalayano osservare la progressiva riduzione dei mezzi di trasporto; parti in aereo ed alla fine rimani con la dotazione di serie: i tuoi piedi. Quale altro mezzo potrebbe mai dare le stesse sensazioni, consentire le stesse felicità oltre ai nostri piedi ? Nessuno. Solo i piedi che consentono il cammino. Leggete l’elogio dei piedi di Erri de Luca e capirete molte cose.
Il cammino in Himalaya ti affianca all’alpinista estremo, teso alla conclusione del suo proprio cammino, la vetta. Ti affianca al trekker duro e puro, con zaino da venticinque chili e fiato a debito. Ma ti affianca anche al portatore, secco di muscoli e sole, coi suoi ottanta chili di legno sulle spalle. Ti affianca allo sherpa d’alta quota, sei volte in cima all’Everest, niente gloria, solo un mestiere. E ti fa capire l’altro mondo, quello delle vite in cammino per necessità, dove il solo piacere è la cessazione della fatica. Dove non tutti i passi sono felicità e quiete. Come accade alle donne Himba o San dell’Africa australe, cariche di otri e chilometri sulla testa, per trovare l’acqua.

Perché il cammino, da sempre è anche sofferenza, basta una foto di Salgado per capire: gli eserciti in marcia, gli esodi biblici, i viaggi dei profughi, rimbalzati da un paese all’altro, le ritirate di Russia, i ritorni degli internati all’apertura dei campi di sterminio. Perché il cammino ha questo che lo rende unico: è parte ancestrale dell’uomo, come la fame, l’istinto di sopravvivenza, la vita stessa.
Per questo i giorni dell’uomo sono diventati un inferno di frenesia, violenza, accumulo. Si è lasciata la naturale rarefazione orizzontale del cammino, i suoi incontri lenti e curiosi per scambiarli con l’addensamento verticale di oggetti inutili, situazioni, persone.
Ed è sempre per questo che camminare è in qualche modo resistere. E’ rifiutare di scambiare la propria personale serenità con poche perline di apparenza. E’ cercare, anche in un gesto semplice come il camminare, di lasciare un piccola, naturale traccia del proprio passaggio terreno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...