In morte di Tomaz Humar

13 NOVEMBRE 2009

Le cattive notizie viaggiano, come sempre, veloci. Quella di Tomaz Humar, ferito e bloccato attorno ai 6.000 metri da qualche parte sul Langtang Lirung, scorbutico bestione di 7.230 metri del Langtang, vicino al confine tibetano, è di quelle che colpiscono. Il forte alpinista sloveno, impegnato in una salita solitaria sulla parete sud della montagna, aveva lanciato un SOS il 9 novembre, fornendo ,a quanto pare, pochi dettagli sulla sua posizione e rendendo così ancora più problematico l’eventuale soccorso. In effetti i primi tentativi messi in atto dagli sherpa dell’agenzia Asian Trekking, che avevano raggiunto la quota dove si pensava che Humar fosse, non avevano dato esito. Da alcuni giorni l’alpinista sloveno, dopo le prime telefonate, non dava più notizie di sé.
Gli amici in Slovenia, con l’immediato aiuto dell’Air Zermatt, che già era intervenuta in suo soccorso al Nanga Parbat, avevano messo in piedi con grande velocità una squadra di soccorso che aveva raggiunto ieri il Nepal a aveva preparato subito un primo tentativo con l’elicottero, tempo permettendo.
La situazione era dunque molto drammatica ma ieri mattina ci si era accesa una lampadina in testa: i nostri amici Oskar Piazza e Angelo Giovanetti si trovavano esattamente in Langtang per una salita su una cima abbastanza vicina. Erano lì da qualche settimana e anzi stavano cominciando a pensare al ritorno.   Piazza e Giovanetti sono due himalayisti esperti e di lungo corso, oltre ad essere guide alpine; Oskar Piazza poi è istruttore e tecnico di elisoccorso e dirigente di alto livello del Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Fatto ancora più importante, erano già perfettamente allenati ed acclimatati per operare in quota. Li abbiamo dunque contattati ed informati della situazione e i due alpinisti si sono messi a disposizione per collaborare al soccorso assieme agli svizzeri.

Abbiamo, tramite gli amici di Planetmountain, contattato anche Menno Boermans dell’Air Zermatt ed informato della possibilità di aggregare Piazza e Giovanetti alla squadra, ottenendo un riscontro positivo. Nell’ultima telefonata ricevuta ieri, Oskar ci informava che stamattina presto, sempre che il tempo lo consentisse, lui e Giovanetti sarebbero saliti a bordo dell’elicottero per il sopralluogo e l’eventuale tentativo di soccorso.   L’incertezza, come sempre in Himalaya, era d’obbligo: il clima, le difficoltà, i pericoli oggettivi sono varibili di gran peso. In più qui vi era l’incertezza della posizione di Humar sulla montagna, dettaglio non da poco. Però se qualche speranza di successo c’era, questa era sicuramente in mani più che esperte e capaci.   Come per lo sfortunato spagnolo Oscar Perez, scomparso al Latok II ad agosto, anche in questo caso al soccorso partecipavano alpinisti giunti dall’Europa ed alpinisti già presenti in loco. Questi ultimi, crediamo, costituivano forse l’unico elemento che, al di là della ovvia solidarietà alpinistica ed umana, poteva dare un senso – ed una qualche probabilità di successo – ad un tentativo così difficile.

Stamattina alle 5.25 italiane abbiamo ricevuto una telefonata da Oskar Piazza. Avevano raggiunto Humar dopo pochi minuti di volo e l’avevano recuperato, purtroppo privo di vita.  Con una seconda telefonata più tardi, Oskar ci dava qualche dettaglio sull’operazione.
“Siamo partiti in elicottero assieme agli svizzeri Robert Andenmatten e Simon Anthmatten attorno alle 7 locali. Dopo circa quindici minuti di volo abbiamo individuato Humar sulla parete sud. Con una calata col baricentrico abbiamo fatto scendere Simon – il più leggero di noi, condizione essenziale per operare in quota – che ha raggiunto Humar. Qui purtroppo non ha potuto far altro che constatarne la morte, probabilmente per sfinimento e assideramento. Simon ha imbragato il corpo di Tomaz quindi l’abbiamo recuperato e portato all’aeroporto del villaggio di Kyanjingompa. Poi l’elicottero è tornato a riprendere Simon. All’aeroporto, tra le persone in attesa, c’erano il medico che spesso seguiva Tomaz in spedizione e la sua compagna. E’ stato un momento davvero tristissimo ed abbiamo del nostro meglio per confortarle, anche se ben poco contano le parole. La polizia ha poi autorizzato il trasporto del corpo di Humar a Kathmandu”.

Dunque si conclude nel modo più tragico questo ennesimo incidente in alta quota, uno dei tanti che in questo 2009 hanno segnato l’alpinismo internazionale. Michele Fait, Serguei Samoilov, Cristina Castagna, Roby Piantoni, Oscar Perez, Franc Oderlap, Wolfgang Kolblinger, Go Mi Sun, Denny Verhoeve, Giuseppe Antonelli, per fare alcuni nomi degli alpinisti che hanno perso la vita sulle montagne d’Himalaya e Karakorum dalla primavera ad oggi.
Come abbiamo ripetuto molte volte, il numero degli incidenti mortali rapportato a quello degli alpinisti che si cimentano nelle salite in alta quota, non è certo abnorme. E chi affronta salite himalayane sa bene quali siano i rischi connessi con questo tipo di alpinismo.   Ma i freddi dati statistici non spiegano nulla della passione, della nostalgia, dell’euforia, della solitudine, della paura, della gioia, della fatica, del dolore, del freddo. Di quei sentimenti che si agitano in chi insegue il proprio fiato sui pendii di qualche montagna, a sei, sette, ottomila metri.

Paolo Rumiz, con cui discutevamo ieri sera della situazione di Humar, senza ancora sapere del tragico esito, si chiedeva cosa spinge un uomo che ha superato i suoi anni giovanili, anni in cui la sfida con sé stessi e con gli altri – quella sfida che forma il corpo e lo spirito – è al suo apogeo, a continuare a mettersi alla prova. Quali movimenti magmatici continuano a spingere dentro gli alpinisti anche più esperti e, per così dire, non giovanissimi – Humar aveva quarant’anni – tanto da portarli a rischiare la vita su vie e montagne a volte note solo a pochi addetti ai lavori – il Langtang Lirung è una di queste. La domanda potrebbe avere una risposta diversa per ognuno degli alpinisti a cui venisse posta; ma alla base di tutte credo si potrebbe sentire il profumo del sentimento irrinunciabile per qualsiasi essere umano: la libertà.  Di pensare e di agire, di scegliere come vivere. Ed eventualmente morire, anche se nessun alpinista che ho conosciuto ha mai pensato seriamente che potesse toccare a lui e quindi non si può certo parlare di “scelta”, ma tutt’al più di eventualità. Nessuno lascerebbe a casa mogli, mariti, figli, genitori se davvero pensasse di poter non tornare. Chi parte per la montagna, seppur difficile, non parte per la guerra, anzi, parte per la pace, la sua propria speciale pace. D’altronde la lotta con l’Alpe dovrebbe essere finita da un po’ di tempo.

Ma la libertà dell’alpinista è in qualche modo sempre individuale ed egoistica, prevede al massimo i compagni di salita ma non contempla mai il parentado, se non, spesso, quando è troppo tardi. E’ una libertà totalizzante che non prevede – non consente – molti altri ambiti della conoscenza e dell’azione che non siano quelli della salita in montagna. Non sto facendo, intendiamoci, un’apologia della prudenza tout court o un pistolotto in difesa della famiglia. Figurarsi. Ma complice l’età, l’esperienza personale nel campo, le tante parole scambiate con alpinisti di tutti i calibri in questi anni – e certamente un talento alpinistico modesto che ha sviluppato maggiormente la mia parte critica più che i gradi – credo che troppo spesso la libertà apparente della salita, alteri orizzonti molto più ampi, affetti molto più profondi, conoscenze molto più alte di quanto ognuno possa immaginare.

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