La democrazia dell’orizzontale

15 APRILE 2011
Il pensiero mi girava in mente già da tempo, stava prendendo forma pian piano. Poi la bella testimonianza di Cristian Brenna su Planetmountain di qualche settimana fa, ha dato la spinta finale a mettere giù un breve riassunto delle idee che in questi ultimi tempi mi sono fatto a proposito dei cambiamenti. Ho apprezzato moltissimo il pensiero di Brenna e pur non conoscendolo personalmente, solo di fama, mi ha dato un ulteriore conferma del suo valore di alpinista e di uomo.

Perché di questo si parla: della capacità di rimettersi in gioco e di trovare in ogni momento della propria esistenza sportivo-alpinistica ed umana, la dimensione ideale, accettando i cambiamenti, per qualsiasi motivo questi avvengano, come un arricchimento della propria esperienza e delle proprie capacità, piuttosto che come un limite. Si tratta di trovare il piacere di scoprire o apprezzare attività che in altre fasi della propria vita avevano occupato un piccolo spazio, magari solo strumentale alla propria passione principale. Questo in montagna avviene spesso: il cammino come semplice avvicinamento, la scalata come puro gesto atletico, lo sci come adrenalina estrema. L’uomo è animale in costante evoluzione e in costante invecchiamento: la cosa più triste che possa cogliere una persona è proprio la non accettazione del proprio tempo, perché al contrario accettarlo non vuol dire obbligatoriamente aggiungere limiti alle proprie passioni, ma a volte addirittura espanderne i confini; l’esempio di Brenna è illuminante. Da eccezionale climber è diventato uomo di montagna completo, più eclettico, accettando anche di non poter essere, alla soglia dei quarant’anni, come dice lui stesso, il climber di qualche anno fa. Ma mescolando capacità ed esperienza e ri-dosandole, ha potuto – voluto – applicarle alla montagna in senso più ampio, alle salite in ambiente ed allo sci ripido. Chapeau.

Fatte le dovute proporzioni, come, credo molti più di quanti vogliano confessarlo, ho vissuto un’evoluzione simile, passando dalle salite in montagna, con molto scialpinismo per parecchi anni e con una certa quantità di esperienze extraeuropee, a percorsi diversi e spesso – anche se non sempre – più fattibili. Non tanto per prestazioni fisiche, che grazie ad una combinazione genetica fortunata e un po’ di allenamento riesco ancora a gestire – se Cristian è alla soglia dei quaranta, io sono a quella dei cinquanta. Il progressivo cambio è avvenuto per una somma di fattori che si possono riassumere con una serie di parole, alcune strettamente connesse, altre apparentemente slegate ma che incidono sulla propria vita in maniera determinante: lavoro, famiglia, eventi extra-ordinari (non sempre straordinari…), curiosità, caso, incontri, letture. Insomma, la vita stessa. Quando frequenti la montagna con passione, ne fai l’attività principale, arrivi addirittura a farne un mestiere, credi che questo non possa più cambiare: non debba più cambiare. Quando – se – questo invece comincia ad accadere, ti preoccupi, addirittura ti spaventi; vivi ogni piccolo cambio d’abitudine come un cedimento e quasi con senso di colpa. Una salita in meno, una stagione scialpinistica in sordina, un maggiore apprezzamento di certi piaceri e comfort e ti senti spacciato.

Certo questo non vale per tutti, ma credo che molti alpinisti e amanti della montagna e, perché no, anche professionisti di questo mondo abbiano vissuto in varia misura questi sentimenti. Con un’iperbole, mi piacerebbe estendere il pensiero ed affermare che in questo percorso, c’è una “democratizzazione” dell’andare in montagna. Più il percorso si amplia o si abbatte, maggiore è lo spettro dei piaceri e delle persone che ne fanno parte; più è verticale e tecnico, tanto più è ristretta la gamma. L’andare qui è aristocratico, appannaggio di pochi eletti. Una dittatura del grado e delle difficoltà.  Va da sé che il procedere negli anni porta l’individuo a democratizzare il proprio andare per forza, anche se pure vi sono sempre eccezioni. In alcuni casi le eccezioni producono grandi e memorabili successi, in altri portano grandi rischi o si concludono in veri disastri, alpinistici ed umani.
Di entrambe le categorie ne ho incontrati parecchi in questi ormai lunghi anni di attività a contatto con gli alpinisti.

Concludendo questa breve testimonianza, non voglio dire che sia saggio in assoluto abbassare le proprie aspirazioni o limitare i propri sogni, anzi. Né che un alpinista che fa il 6b debba per forza evolvere in un escursionista. Mi piace solo notare che ogni momento della propria esistenza può offrire moltissime variazioni sul tema montagna: bisogna solo avere la capacità – e l’intelligenza – di cogliere quelle che più si adattano alla nostra personalità, alle nostre capacità e alle possibilità date dalla vita stessa. Se si avverte il bisogno di cambiare, è giusto assecondare quel bisogno: quasi sempre saranno più le soddisfazioni che i rimpianti.  Insomma se a un alpinista viene l’inconfessabile desiderio di farsi finalmente un weekend al mare e godersi un tramonto sorseggiando un martini con oliva, sappia che forse non è malato: semplicemente è arrivato il momento di esaudire il desiderio.

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