La primavera di Kathmandu

20 GIUGNO 2006

E’ stata una lunga, intensa primavera quella dell’aprile 2006 a Kathmandu. Una primavera di rivolta come forse mai il Nepal aveva visto, nemmeno nel 1990, durante i giorni del Popular Movement, della grande protesta per la democrazia, alla fine concessa dall’ allora re Birendra.
Le grandi manifestazioni di aprile, iniziate il 6 e scandite da scontri violenti che hanno portato in un mese ad un grande numero di morti e feriti tra i manifestanti, hanno condizionato l’attività di molte spedizioni. Coprifuoco sempre più prolungati, voli cancellati, negozi chiusi, materiali e cibo non reperibili. Anche se una volta lasciata Kathmandu e raggiunti in qualche modo i campi base, per gli alpinisti tutto sfumava, per ricomporsi nella concentrazione sulle rispettive salite: alpinismo batte rivoluzione 1 a 0.
La nostra permanenza a Kathmandu è durata esattamente per tutto il periodo caldo, dall’inizio del grande sciopero fino al cedimento del re su tutte le richieste dei partiti e della gente. Abbiamo dunque potuto seguire da vicino l’intreccio complicato di quelle giornate violente e terribili sulle strade e quelle del buen retiro in altitudine degli alpinisti.

Ripensando alle giornate vissute a Kathmandu, l’idea che prevale su tutto è quella di aver vissuto qualcosa di “storico” per il futuro del Nepal. Questa sensazione rimane, anche a freddo, a mesi di tempo dalle grandi manifestazioni. Non solo per ciò che è accaduto in conseguenza delle stesse, qualcosa di comunque epocale, ma soprattutto per ciò che è avvenuto durante quei giorni di scontri e protesta. In quel periodo, vissuto come lunghissimo da chi era lì in quei giorni, ma in realtà molto breve, perché un mese è un tempo davvero ridotto per un cambiamento rivoluzionario, abbiamo assistito alla presa di coscienza di tutto un popolo delle possibilità di condizionare il proprio futuro. Abbiamo visto la protesta allargarsi di giorno in giorno a tutti gli strati sociali e “contaminare” le classi più elevate dei professionisti e dei funzionari, così come le più modeste, quelle dei piccoli commercianti o dei venditori ambulanti. L’abbiamo vista superare i confini nei quali la protesta politica e sociale rimane spesso storicamente racchiusa e che sono quelli che contengono le basi di ogni rivoluzione moderna più o meno riuscita, cioè studenti ed intellettuali. E’ stato illuminante. Così come lo è stato avvertire in modo netto il cambio nella considerazione del re e della monarchia in generale presso la gente: il re non più come monarca sacro ed intoccabile, emanazione della divinità, ma anzi dittatore duro ed ostinato nel difendere privilegi sempre più incomprensibili in un paese alla deriva economica e sociale, un ostacolo da rimuovere per proseguire il cammino verso una democrazia compiuta. Gli slogan dei manifestanti, di tutto un paese, in quelle sole quattro settimane di stolida resistenza del re, sono passati da “vogliamo la democrazia” a “a morte la monarchia”. I partiti democratici – la famosa Coalizione dei Sette Partiti – sempre più coinvolti, anzi prim’attori della protesta, hanno seguito, seppure con toni più contenuti, l’evoluzione di questo atteggiamento, arrivando a richiedere la totale indipendenza del governo a venire da ogni condizionamento del re, anzi, la fuoriuscita del re da ogni funzione politica e di governo reale. Un cambiamento di portata storica.

Da non dimenticare, in ogni caso, lo scarso attaccamento, fin dai primissimi tempi, dei nepalesi per questo re Gyanendra, troppo superbo e lontano dai problemi reali del popolo, e soprattutto mai del tutto liberato dal dubbio di aver avuto una qualche parte nella tragica fine del fratello Birendra e dell’intera famiglia reale nel 2001.
Quanto questi eventi riusciranno a far risalire il Nepal dal baratro economico e sociale in cui si trova da molti anni a questa parte, è prematuro dirlo. La guerriglia maoista col suo cessate il fuoco unilaterale e la sua entrata a far parte della costituente, che dovrebbe portare il paese a nuove elezioni e nuovo governo, ha lanciato un segnale forte. Ma pure in essa continuano a convivere con difficoltà due anime: quella politica, che vede nel dialogo con i partiti democratici e nella partecipazione al governo del paese il futuro della propria azione, e quella più rivoluzionaria, armata, che vede nella sola, vera rivoluzione e nel conseguente “governo del popolo”, il raggiungimento della propria meta. Quest’ultima fazione rimane responsabile di azioni di guerra in tutto il paese, azioni che hanno portato alla morte di oltre tredicimila persone in dieci anni, tra soldati e civili. Il braccio armato è molto potente, ma non è finora riuscito a raccogliere un vero consenso, soprattutto a causa delle azioni che troppo spesso hanno coinvolto la popolazione civile: arruolamenti forzati, attacchi e saccheggi dei villaggi, violenze gratuite. Si tratterà dunque di vedere quanto la parte politica dei maobadi riuscirà a fare per contare davvero nel governo del paese e togliere armi – metaforicamente e letteralmente – dalle mani dell’ala combattente (quest’ultima, in ogni caso, condicio sine qua non per l’ingresso al governo dei maoisti).

Segnali positivi ce ne sono. Dopo la formazione del governo provvisorio seguita alle manifestazioni di aprile, il 16 giugno 2006 il Primo Ministro Sitaula ed i rappresentanti del partito maoista hanno firmato un documento congiunto formato da otto punti (vedi il bel sito nepalese http://www.ekantipur.com per dettagli), nel quale entrambi gli schieramenti si impegnano ad affrontare con impegno e senza ritardi il percorso verso le elezioni di un governo universalmente riconosciuto, con il coinvolgimento delle Nazioni Unite nel monitoraggio di ogni fase e con particolare riguardo per quello che sarà un momento fondamentale ed irrinunciabile del processo: la deposizione delle armi da parte dei maoisti e la trasformazione del cessate il fuoco in una pace duratura. Qualche resistenza ancora esiste nel CNP – Maoist People’s Party e molti saranno gli scogli pratici e burocratici da superare, ma la volontà sembra esservi da entrambe le parti.
Quel ch’è certo, è che il paese deve recuperare la sua principale fonte di reddito cioè il turismo. Se togliamo la categoria degli alpinisti, che non ha mai smesso di frequentare il paese – anche nei giorni della grande crisi le spedizioni hanno continuati ad arrivare senza interruzione – le altre tipologie di turismo, trekking e tour culturali, sono crollate drammaticamente, con enormi difficoltà per tutte le categorie coinvolte, hotel, lodge, ristoranti, agenzie, trasporti, guide e portatori. Il turismo meno specializzato già negli anni scorsi aveva visto un drastico calo dovuto alla presenza maoista in molte delle regioni più frequentate dai trek. Gli incontri inquietanti, seppur mai pericolosi, con gruppi armati ed i cosiddetti “contributi” da pagare nelle valli, non hanno certo favorito l’arrivo di trekkers. Le gravissime tensioni del mese di aprile poi, hanno significato annullamenti a tappeto e crollo di presenze anche nel campo del turismo più “soft”, quello dei tour culturali. Insomma moltissimo c’è da fare, pure con una situazione tornata alla normalità, per recuperare credibilità e numeri.

Gli alpinisti, dicevamo, hanno invece continuato ad arrivare e, seppure con qualche difficoltà, date dalla situazione generale di blocco, hanno raggiunto le montagne potendo “lavorare” senza grandi problemi. Lo testimonia anche il fatto che la stagione primaverile del 2006 ha portato ad un altro record, quello dei morti sull’Everest: dieci alpinisti, numero secondo solo al famigerato 1996, l’anno di aria sottile. Anche qui ci si potrebbe scrivere un nuovo libro con moribondi abbandonati, moribondi risorti, modelle, amputati, e molto altro. Insomma, anche durante questo 2006 sull’Everest è salito di tutto e di più, secondo copione. Nulla sorprende più su questa montagna magnetica, che molti continuano a descrivere come facile, alla portata di tanti avventurieri purchè economicamente superdotati. Resta il fatto che ogni tanto però, il Qomolongma/Sagarmatha decide di ristabilire ordine e picchia duro. Senza, per sua stessa natura, distinguere tra gli avventurieri ed i suoi figli, gli sherpa, che, anche quest’anno, hanno pagato un prezzo salato al loro duro lavoro: tre morti tra i seracchi dell’icefall. Ma questo è l’Everest. Con buona pace dell’indignazione (legittima) di Sir Edmund Hillary.
Resta ora da vedere, se la new wave politica nepalese riuscirà in qualche modo, per contiguità, a provocare una nuova onda alpinistica tra le grandi montagne himalayane, sia in termini quantitativi che qualitativi e se la difficile, dura, primavera del 2006 abbia davvero rappresentato l’inizio di una nuova stagione di pace e di un accettabile grado di prosperità per l’ex (?) Regno del Nepal.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...