La realtà virtuale

Sai cosa c’è ? Che bisognerebbe cominciare a misurare le cose della vita con un metro diverso. A dargli l’importanza che meritano. O non meritano. Per anni, da uomo di pianura ho lavorato sulle grandi montagne, aiutando alpinisti più o meno forti ad organizzare le loro spedizioni. Per anni ho cercato di fare del mio meglio, perchè questi uomini e donne riuscissero a soddisfare aspirazioni, desideri, sogni. Ho dedicato a questo anni di lavoro, energie e tempo. Ho conosciuto persone magnifiche e formidabili coglioni. Pensando io stesso che la realizzazione dei propri sogni più selvaggi fosse l’unico nutrimento della vita. Non rinnego in assoluto questi anni: ho goduto della libertà più grande concessa ad un uomo, che è quella di viaggiare e conoscere luoghi e persone, il mondo. Ho fatto anch’io delle montagne la mia vita. Non come grande alpinista o guida, ma come semplice artigiano del viaggio, con passione manuale per l’organizzazione delle cose. Con tutti i difetti degli artigiani appassionati, ma con cuore. Però mi rendo conto che ho anche pagato interessi da strozzino: ho visto scorrere via troppo in fretta e spesso da lontano gli anni piccoli e dolci di mia figlia, ho traballato per casa, ho seppellito le sicurezze di mestieri più solidi. Ma mi è sembrato fosse giusto così. Per molti anni.

Adesso guardo le foto delle file interminabili di persone che salgono lungo i pendii dell’Everest; del campo base e dei campi alti pieni di tende, degli sherpa che tirano su clienti come muli per la cavezza. Poi, subito dopo, guardo le foto delle case, dei monumenti, delle fabbriche crollate, delle strade ingombre di macerie e vuote di persone, della gente della mia terra in fila nelle tendopoli, allestite in campagna o nei campi sportivi.  L’effetto è straniante e terribilmente triste. La tristezza esce dalle foto della montagna, nonostante la fila che pare un drago cinese festante. E sgorga a fiotti dai volti persi della gente in silenzio davanti alle macerie.

Il tutto mi riporta di botto alla mente Gian Piero Motti e le sue riflessioni scritte nel celebre articolo “I falliti”, uscito sulla rivista del CAI nel 1972 . E’ rivolto ai “drogati” di alpinismo, non più in grado di trovare altra ragione di vivere che l’andare in montagna. Uomini e donne che per questa ossessione tralasciano ogni altro aspetto della vita: affettivo, di relazione, professionale, umano, sociale. Dedicando sé stessi alla continua ricerca di una vetta come sola realizzazione di sé stessi.
Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli
altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia,
l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni
giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre
discussioni interminabili su tutto e su tutti.
L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata,
avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a
mantenere questo splendido stato di cose.”
L’articolo provoca a quel tempo reazioni polemiche molto accese, ma ha una lucidità meravigliosa, tuttora terribilmente attuale: “Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con
quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma
e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che
l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna
invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi
stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No.
Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in
allegria insieme agli amici.”

L’ossessione dell’inutile e i suoi conquistatori, come lì definì Lionel Terray, non sono privi di una loro nobiltà. Il rincorrere ostinatamente i sogni, e realizzarli è un motore potente e lucido che ha sempre mosso cuori e carcasse umane.
Ma qui la sfasatura è intollerabile. Ce ne sono stati altri: terremoti, alluvioni, eventi naturali di potenza devastante. Altri ce ne saranno, in altri luoghi. Ma un conto è leggerli di lontano, un altro vederne gli effetti sui volti e i cuori delle persone che conosci. Un altro è vedere la tua terra, che credevi tranquilla e protettiva, spaccata in due e le case ridotte a grumi di mattoni e ferri ritorti. Torri, chiese, scuole, campanili, ciminiere, capannoni. Le strade con la linea bianca continua sfalsata. Sastrugi di terra smossa. Le colture che deperiscono ed il formaggio che marcisce. Il pavimento che romba e le pareti che oscillano. Le sirene continue. E le facce della gente che non dorme più la notte, neanche in tenda. Perché qui non ci sono alpinisti e pochi sanno dormire in tenda. E poi fra qualche settimana, passata l’emergenza, finite le passerelle cialtrone, qui resteranno solo loro, gli uomini e le donne emiliane, col caldo che nella bassa strozza la gola alle rane. E qui sarà il momento di stare e di fare, di rovistare in sogni più vicini e veri.
Per questo, per tutto questo, le foto dell’Everest sono così tristi, alla fine molto più tristi di quelle delle macerie: perché sono realtà virtuale. Sono un mondo lontano, l’immagine di una stella che vista da qui, dall’Emilia spaccata, brilla forte ma sai che non esiste più già da anni.

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