Maoisti e post-maoisti

9 MAGGIO 2008
Mentre sul versante tibetano del Qomolongma era in corso la spedizione più solitaria (e triste) dell’intera storia della montagna e sul suo versante nepalese manipoli di militari controllavano – sotto gli occhi di ufficiali cinesi appositamente invitati – armi alla mano, che nessun alpinista offendesse la suscettibilità cinese con manifestazioni ostili, a Kathmandu si svolgevano le prime libere elezioni del Nepal “demonarchizzato”. L’attesa e l’incertezza dei risultati – da noi seguiti da Namche Bazaar – venivano ben presto spazzati via da un vittoria schiacciante e priva di ombre, quanto inaspettata, per lo meno nella sua dimensione, dei “maobadi”, i maoisti. Gli stessi che per 11 anni hanno tenuto il paese in una situazione di guerriglia civile, culminata nel 2006 con le grandi manifestazioni di piazza, la rinuncia di re Gyanendra al potere e l’instaurazione di un governo di transizione.

Eccoci dunque testimoni di un paradosso fulminante. Su un versante dell’Himalaya, quello tibetano, i “figli” di Mao Tze Tung (riveduti e corretti in una salsa capitalistica sempre più sfrenata) blindano d’arroganza l’Everest con un’operazione di facciata assolutamente improbabile. Una contraddizione in termini per un “viaggio dell’armonia” che di armonico non ha avuto proprio nulla: incidenti e contestazioni dall’inizio alla fine, culminati con una salita “solitaria” sul versante tibetano, una salita senza testimoni, una (auto) celebrazione non solo vuota e forzata ma sbugiardata dai massacri di Lhasa del mese di marzo, dagli arresti, dai processi sommari e da tutto quello che è accaduto in questi mesi, di cui non sappiamo, né mai sapremo, la reale dimensione.

Sull’altro versante i post-maoisti, gli eredi, diciamo così, “spirituali” del Grande Timoniere, più maoisti di Mao, vincono a mani basse le elezioni propugnando proprio quell’ideologia che la Cina stessa, pochi chilometri più in là, sta sempre più sostituendo con grafici di profitti, quotazioni di borsa e contratti di lavoro con il mondo intero, Stati Uniti ed Europa in testa. In Nepal l’idea marxista trionfa come possibilità di affrancamento da anni di povertà disperata e fame, come lotta contro una monarchia assoluta e latifondista, poco preoccupata delle condizioni dei suoi sudditi, contro una classe dirigente per decenni corrotta e collusa con la monarchia stessa. L’idea della “dittatura del proletariato” mutuata da Mao come liberazione dall’emigrazione, dal lavoro forzato di tanti giovani nepalesi negli emirati arabi, dove vivono e lavorano come schiavi, privati dei passaporti, senza diritti. E di là la Cina “maoista” con i suo schiavi veri; i bambini che lavorano per pochi yuan, 15 ore al giorno, nelle fabbriche che producono per le grandi multinazionali; i minatori che muoiono a decine, tutti i giorni, a migliaia di metri sottoterra; o gli schiavi ex galeotti inviati a lavorare gratis in Angola e Zimbabwe in cambio di preziose materie prime.   E con la sua repressione di qualsiasi dissidenza, di qualsiasi voce fuori del coro che osi denunciare il ben conosciuto non rispetto dei diritti civili più elementari, delle più basilari libertà di idea e di parola. In un mix micidiale di profitto e violenza.   Nel silenzio vergognoso delle potenze occidentali.
Il paradosso, a ben pensarci, è davvero impressionante.
Non si sa bene cosa accadrà ora in Nepal. Le opinioni raccolte durante il nostro viaggio sono incerte, anche se non abbiamo trovato una grande preoccupazione. La sensazione è che i maoisti stessi, storditi da una vittoria di dimensioni che nemmeno loro si aspettavano (oltre cento seggi in più del Nepali Congress, il partito storicamente di maggioranza in Nepal), stiano lentamente rendendosi conto che ora il tempo della lotta è finito, così come il tempo degli slogan. Ora viene davvero il difficile: governare e cercare di portare uno dei paesi più poveri del mondo verso uno standard di benessere accettabile e soprattutto diffuso ai diversi strati sociali, che è sicuramente il compito più impegnativo. Con la benedizione dell’Occidente (USA compresi, loro malgrado…).

Se è per questo non si sa bene cosa succederà nemmeno in Tibet, dopo che la fiaccola è giunta in cima (è giunta in cima ?). Le autorità di Pechino riapriranno i confini tibetani o – non si sa mai – prolungheranno la chiusura fino a dopo le Olimpiadi ?   Conoscendo i cinesi propenderei per la seconda ipotesi. Anche se il mancato guadagno di due mesi e mezzo di turismo in Tibet potrebbe far loro cambiare idea. E sull’Everest ? La nostra preoccupazione per la “corsa all’oro” che si riapre da oggi, con centinaia di alpinisti e sherpa che si fiondano in su a recuperare il tempo perduto, l’abbiamo già espressa e non vorremmo fare le cassandre del caso. Ma c’è poco da dire, il rischio di dover prendere il biglietto al turn-o-matic per superare l’Hillary step esiste. Altrochè se esiste.

Di nuovo speriamo che la Dea Madre della Terra abbia un po’ di compassione per i suoi figli. Quella compassione un po’ accondiscendente e rassegnata che si ha per i figli un po’ sfortunati, con i quali la Natura è stata matrigna. Per i quali non c’è speranza.

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