Miss Oh

1 SETTEMBRE 2010
Le notizie che arrivano dalla Corea riguardo la probabile mancata salita del Kanchenjunga da parte di Miss Oh stupiscono per un solo motivo: il ritardo con cui tutta la serie di dubbi e contestazioni sollevati poche ore dopo l’annuncio della salita si sono raggrumati nella “improbabilità” ufficiale che la salita sia stata compiuta. Edurne Pasaban aveva evidenziato da subito una nutrita serie di incongruenze di tempi, luoghi e racconti, inclusi quelli degli sherpa; non c’era una foto di vetta, ma solo una roccia nel whiteout che si troverebbe a due ore dalla cima; l’inossidabile Miss Hawley aveva da subito catalogato la salita come “disputed”. Last but not least, i precedenti di Miss Oh – inseritasi quasi alla chetichella nella “gara” femminile agli ottomila – cioè l’uso disinvolto di ossigeno, sherpa ed elicotteri, non deponevano certo a suo favore. Ma la giustizia ordinaria alpinistica ha evidentemente tempi lunghi. O forse, più probabilmente, non fregava niente a nessuno – se non certamente a Edurne – che la cosa fosse vera o meno.
Come scrive giustamente Vinicio Stefanello, correttezza vuole che il giudizio sia sospeso fino all’appello – anche se non si capisce bene quali nuove prove Miss Oh possa raccogliere che non abbia potuto fornire già. Questo non toglie che siamo davanti ad un film visto e rivisto fin troppe volte nell’alpinismo. Un film che racconta di passioni, velleità, imprese, mezze imprese, mezze verità e bugie intere. K2 1954 e Bonatti, Cerro Torre e Maestri, Nanga Parbat e Messner, Sud del Lhotse e Cesen. Sono decenni che storie vengono raccontate e contestate, corrette e riammesse, valutate e vidimate. Alcune – come gli esempi citati – sono epopee eroiche o tragiche vere, che coinvolgono personaggi leggendari e suscitano feroci opinioni e partigiani schieramenti.

Altre come, pare, la presente di Miss Oh, sono più commedie dell’arte in cui protagonisti e spettatori perdono di vista, come di nuovo scrive benissimo Stefanello, il “come” si realizza la salita (la luna) e considerano solo il risultato (il dito). Storie in cui tutto viene shakerato dalla necessità di riuscire a tutti i costi, anche quelli di piegare la realtà alle proprie esigenze. Per non ammettere debolezze o fallimenti, per non deludere e perdere gli sponsor, semplicemente per lasciare un segno qualsiasi del proprio passaggio terreno. Il resto sono conti con la propria coscienza, se uno ce l’ha.

Certo sarebbe bello pensare ad un cambio di direzione dell’himalaysmo professionista. A dire il vero ci sono “scuole” che da sempre si muovono su terreni diversi, in senso letterale e figurato. Basta pensare alle realizzazioni in Himalaya dei russi o dei giapponesi, su cime “minori” e vie impossibili. O a certi exploit di baschi e sloveni. Ma per lo più è elettroencefalogramma alpinistico piatto: “solitarie” sulle vie normali, campi base “ferragostani” (nel senso della vicinanza delle tende l’una all’altra) al Cho Oyu ed all’Everest e tende informatizzate come neanche un call center di Milano. E le spedizioni amatoriali, parlo per esperienza diretta, non sono da meno. Segnano anch’esse una stanchezza, una sorta di abitudinarietà faticosa e accettata paradossalmente quasi con fatica. Sarà che i guasti, le disillusioni, le tristezze del mondo “normale” si trasferiscono per osmosi anche all’alpinismo – e non si vede proprio perché non dovrebbe accadere – ma i segni ci sono tutti. Le spedizioni di venti-venticinque anni fa erano dure, complicate, lunghe, erano viaggio nello spazio e nel tempo, orizzontale e verticale. E come tali erano accettate anche dagli alpinisti, con tutti gli imprevisti e le fortune del caso, con l’umiltà dell’attesa e la bellezza del pensiero che precede l’azione. Le comunicazioni erano quasi assenti, se non per i mail-runners e si stava settimane e settimane senza poter far sapere nulla a chicchessia. Nel 1994, giusto per fare un esempio, siamo rimasti tre mesi sul versante nord del K2 senza contatti con casa se non per tre striminziti antenati degli sms da 140 caratteri, inviati con una tecnologia satellitare agli albori e pochissimo funzionante. Non è l’elogio del “si stava meglio quando si stava peggio” (chiaro sintomo, questo, di rimbambimento senile peraltro sempre possibile), ma certi scenari cibernetici ai campi base moderni o la schiavitù della telefonata quotidiana persino durante un semplice trek in Khumbu, appaiono sempre meno sopportabili. Oggi ci sono “alpinisti” che arrivano al campo base e dopo una settimana scappano a casa perché “è dura” (ma va ?) o perché la saudade del tortellino è troppa. E se l’organizzazione non riesce a soddisfarli nei tempi richiesti – ad esempio rientrare dal campo base dell’Everest nord a Kathmandu in tempo per la cena in Thamel – è la disperazione.

D’altronde finchè gli esempi sotto i riflettori saranno più le salite aviotrasportate, assistite ed ossigenate di Miss Oh (indipendentemente dalla verità sui risultati), che quelle leggere e selvagge di Nives Meroi o quelle dell’indomabile Gerlinde Kaltenbrunner, è difficile immaginare nuovi scenari.

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