Non starò più a cercare

19 MAGGIO 2005

“Non starò più a cercare parole che non trovo, per dirti cose vecchie, con il vestito nuovo”. Francesco Guccini.

18 maggio 2005. Bisognerebbe fare tesoro di questa strofa del buon Francesco, per trovare il tono giusto che descriva questa giornata. Convulsa, dolorosa, spezzata. Telefonica. Le notizie dall’Annapurna si susseguono tanto rapide quanto inesatte. Lanci dell’Ansa su notizie ricevute non si sa bene quando, né da chi. Notizie che riportano gli scenari più vari, più o meno tragici (ma, se possibile, PIU’ tragici, grazie, che fa più audience), ma comunque ripresi in modo sempre diverso ed approssimativo anche dai principali quotidiani. In un delirio di “copia e incolla” che arriva a far scrivere a Repubblica.it che Kuntner ha undici vette di ottomila all’attivo nel paragrafo uno, ma che è all’Annapurna per tentare di raggiungere la vetta del suo quattordicesimo ed ultimo ottomila nel paragrafo quattro. Eccheddiamine, almeno si usi il copiaincolla con un minimo di attenzione! E poi radio e televisioni che – ma non è certo una novità, anzi – si gettano sulla montagna solo quando ci scappa il morto. Manca solo la classica “montagna assassina”. Ma il vero problema, al momento, è che tutte queste notizie, questo salto in lungo dell’informazione, giungono in Italia ed iniziano a diffondersi molto prima che a qualcuno venga in mente che MAGARI a casa dello sfortunato Christian non ne sanno ancora un accidente. Che MAGARI a Prato allo Stelvio la gente sta facendo le proprie cose senza sapere che Christian ha chiuso il suo cammino sulla terra poche ore prima.

E qui il fulcro della nostra riflessione in realtà non è più la stampa in sè, che, si sa, qualcosa a’dda fa’ pe’ ccampà. Il nocciolo vero del problema è la tecnologia, nella fattispecie il telefono satellitare. Non vogliamo certo demonizzare uno strumento che ha rivoluzionato per lo più in positivo le spedizioni alpinistiche himalayane, anche se Ms.Elizabeth Hawley non la pensa esattamente così. Basti pensare alla possibilità di avere previsioni del tempo che consentono agli alpinisti di evitare tempeste letali come quella dell’Everest ’96. O all’opportunità di chiamare un soccorso in tempo quasi reale. Non siamo così nostalgici da pensare che si stava meglio quando si stava peggio. Ma crediamo che qualche regola, diciamo così di buon senso, di responsabilità, andrebbe comunque applicata. Non si possono diffondere bollettini di morti e feriti in tempo reale, soprattutto sapendo che di bocca in bocca, di passaggio in passaggio le notizie si deformano come proiettili teneri, seminando schegge di dolore ovunque. E che si diffondono rapidamente quanto un virus, tanto da non poter essere più fermate, una volta partite. Questo ci fa tornare nostalgia del caro vecchio mail runner, che magari impiegava due settimane prima di portare le notizie, buone o cattive che fossero, al primo centro di trasmissione. Che il più delle volte era poi un ufficio postale, con tempi che lasciamo immaginare. A casa le comunicazioni erano interrotte. C’era una sospensione di tempi e spazi, di volti e sentimenti, sospensione interrotta da pochi scarni messaggi giunti nei modi più strani, inaspettati. Gli alpinisti in montagna, mogli, madri ed amici a casa, accettavano la sospensione come una regola inevitabile del gioco. Ora persino i trekking di quindici giorni in Khumbu stentano a muoversi senza il satellitare: per saggia precauzione o per controllo dei titoli bancari ? Meglio non sapere la risposta.

La mediatizzazione “precoce” della tragedia di oggi, sorprendente per la sua estensione – a parte il nazional-K2 dello scorso anno, erano anni che non si sentiva parlare di Himalaya in un telegiornale – crediamo non avrebbe dovuto sovrastare lo smarrimento confuso della perdita, né i suoi tempi giustamente dilatati per poter essere conosciuti ed accettati. A maggior ragione nel caso di Christian Kuntner, alpinista lontano dalla grande notorietà, nonostante la sua impressionante attività himalayana.   Certo Christian conosceva le regole del gioco. La sua esperienza era grande e l’aveva portato sulle cime di tredici dei quattordici ottomila della terra; su queste montagne, Christian, come tutti gli alpinisti che si cimentano sulle vette himalayane, aveva vissuto avventure umane e sportive grandi.

Nei miei appunti ritrovo alcune righe scritte qualche tempo fa per descriverlo:
“Christian Kuntner, da Prato allo Stelvio. Il Paolino Paperino degli alpinisti, irascibile, a volte scontroso, con la parlata gutturale del sud tirolo e le imprecazioni in italiano. Ha salito quasi tutti gli ottomila della terra, con testardaggine e determinazione, senza ossigeno, by fair means. Una personalità non facile quella di Christian, da maneggiare con cura, certo, ma vera. Con lui e Stefan Andres, suo compagno di molte salite, parlando di montagna nei bar di Thamel, ho bevuto quantità di birra impressionanti. Tanto che a pensarci bene, non si capisce come potevamo poi ritrovare l’hotel.”

Namastè Christian.

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