La foto

Focus team ISBCerte giornate invernali qua in pianura, possono essere davvero brutte: grigie, fredde e piovose, con la mattina che sembra subito scivolare verso il crepuscolo. Giornate che tolgono la voglia di fare anche la più semplice delle attività, anche la più breve sgambata. E’ in queste giornate, allora, che si mette mano alle cose in sospeso, ai lavori sempre rimandati per fare altro. Si prendono in mano cartoni pieni di vecchie riviste, documenti, depliant, oggetti, libri e foto, e si prova a buttare via qualcosa. Nel mio caso con scarsissimi risultati, avendo l’inestinguibile tendenza a conservare ogni cosa, soprattutto se si tratta dei ricordi di qualche viaggio.

E’ così che trovo quella foto, scattata nel lontano 1999 sulla soglia di un hotel di Islamabad. Siamo in sei, in una luce abbacinante, pronti a lasciare la capitale pakistana per dirigerci a nord, verso le montagne del Karakorum, verso il K2. Sei figure piene di aspettative, di sogni, di pensieri e “speranze di bere un vino buono per l’estate”, per dirla con Fossati.
Di quei sei, siamo rimasti in due. Solo in due. Gli altri andati avanti a scoprire cosa c’è o non c’è oltre il gran salto. Tutti volati via in montagna.

E mi viene in mente Hayden Kennedy e la sua storia, penso ai quattro volti mostrati sulla pagina di eveningsends.com, alle sue parole, scritte in quell’articolo per i suoi amici scomparsi. Penso che anche il suo volto si è aggiunto a quello dei compagni scomparsi in montagna, anche se la sua morte è resa, se possibile, ancora più tragica perchè scelta coscientemente per fermare un dolore intollerabile: la perdita della sua stessa compagna di vita e di avventure.
Le sue riflessioni in quell’articolo non forniscono risposte definitive, com’è naturale che sia per un tema così profondo che va ben oltre l’oggettività dei fatti e attinge sempre alle proprie personali esperienze e convinzioni, intellettuali, morali e spirituali. Le sue parole suggeriscono solamente una possibilità per leggere le esperienze in montagna – e raccontarle – oltre la superfice dell’”impresa”: un tentativo di renderle qualcosa di più profondo. Un modo per “riportare indietro ciò che è passato, perso o andato”. E, possibilmente, accettarlo.
Hayden era giovane, 27 anni, ed egli stesso nell’articolo, si diceva ancora in cerca di una via per gestire le luci e le ombre della sua vita di climber professionista. Una via che ha purtroppo perso definitivamente con la scomparsa della sua compagna.

Continuo a guardare la foto e ripenso a questi amici scomparsi. Anche le loro sono tutte storie di una passione inesauribile, troncate solo dalla fatalità. Mihai Cioroianu, rumeno, forte e appassionato, alla continua ricerca di fondi per le sue spedizioni, rimane sui pendii del K2 in quello stesso 1999. Ugur Uluocak, alpinista turco, colto e cocciuto, scompare sulle montagne degli Altai nel 2003. Jay Sieger, alaskano solitario, muore qualche anno dopo scendendo dal Makalu, suo primo ottomila. E infine Oskar Piazza, amico fraterno, se ne va sotto il terremoto nel suo amato Langtang.

Le amicizie che nascono in montagna, nelle condizioni difficili e rischiose di una salita, nel freddo di una tenda o nel calore secco di una pietraia d’alta quota, hanno una forza particolare, sono come incise dentro di noi a fuoco da quegli elementi così forti e restano intatte, a dispetto delle distanze e del tempo.

La foto. E’ stato difficile accettare la loro mancanza, non ricevere più le loro telefonate o i messaggi. Non cercarli per una nuova avventura. Per i tanti che non condividono la passione della montagna e dell’avventura nella natura più pura, può essere molto difficile capire: manca una spiegazione a questa ricerca spasmodica di vita – perchè di questo si tratta – così come manca un senso alla perdita di uomini e donne nel pieno della loro vita, compagni, fratelli, sorelle, padri. Per chi invece sa cosa significa vivere le emozioni di una salita in alta quota, della discesa ripida di un canale, di una traversata nel deserto o in una grande foresta, per tutti noi una chiave di lettura c’è.

Ma ecco, forse, pensandoci bene, si può trovare anche una chiave universale, un grimaldello che apra la mente: la condivisione ma forse anche solo la comprensione di una visione della vita, può aprire le porte non solo dell’accettazione, ma anche della compassione, intesa nel senso letterale latino di “soffrire insieme”- che è sentimento tipico anche della filosofia e della pratica buddhista. Non si tratta di pietà: è un sentimento orizzontale, una compassione nobile che partecipa del dolore altrui facendolo proprio e portando a un’unità profonda con l’altro. Un gesto che non chiede nulla in cambio. E attraverso questo canale, la comunione può diventare molto altro: può divenire condivisione non solo della sofferenza, ma anche dei momenti di felicità, degli attimi di pura vita. La compassione così intesa richiede sforzo e dedizione: abbandonarsi al dolore è paradossalmente più facile. Essa esige che si rimettano in gioco giudizi e pregiudizi, che ci si apra alla vita degli altri e ci si sforzi di comprenderla senza giudicarla. In ogni aspetto, anche in quelli più distanti dal proprio sentire.

I volti dei miei compagni assenti continuano a fissarmi sorridendo da quell’hotel lontano nel tempo e nello spazio. La nostalgia della loro presenza non è diminuita, nè lo farà mai.
Ma nemmeno si perderà il calore e la bellezza di quei lunghi giorni condivisi in montagna a cercare e condividere un senso diverso dal semplice sopravvivere la propria quotidianità, a cercare, in fondo, di lasciare un piccolo segno del proprio passaggio.

NAMIBIA SECRET TOUR

Un tour speciale, alla scoperta dei luoghi magici della Namibia – il deserto del Namib e il parco di Etosha – e di alcuni angoli sconosciuti, lontano dalle rotte turistiche classiche, lungo le piste del Damaraland e del Kaokoland. Il tour prevede lo spostamento con pick-up 4×4 dotati di attrezzatura completa per il campeggio, che avverrà sia in campi attrezzati che in aree selvagge, immersi nella natura più incontaminata.

SCARICATE QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

INTO THE WILD

Non c’è scoperta senza curiosità. E’ il motore immobile di ogni movimento, quello che porta il cucciolo d’uomo a scendere in cantina, a esplorare il bosco dietro la casa in montagna come se fosse l’Amazzonia, a salire sugli alberi come Tarzan. Nonostante la paura o le urla dei genitori.

Il viaggio è la forma più antica di applicazione della curiosità: migliaia di anni di spostamenti dell’uomo sono avvenuti sotto la spinta di questa molla. Certo la fame, la sete, la necessità di sopravvivere sono stati motori altrettanto potenti, lo possiamo constatare anche ai nostri giorni: migliaia di migranti sfidano pericoli e leggi inutilmente protezionistiche – i flussi migratori epocali non conoscono leggi nè confini. Ma la curiosità di oltrepassare confini, barriere, frontiere è parte della storia millenaria dell’umanità.

Viviamo tempi di “protezione”, di tutela estrema: ogni momento della nostra vita viene avvolto in pellicole, in membrane di difesa da ogni cosa: elementi naturali, pericoli fisici, chimici, biologici. Traumi, infezioni, contatti ravvicinati. Ogni piccola interazione col mondo è mediata da indumenti, mezzi, rifugi, protezioni, contatti telefonici, cibernetici, visuali e uditivi.  Abbiamo perso completamente la capacità di interagire con la wilderness. Come tradurre questo termine ? Selvaggità ? Forse non esiste termine in italiano, ma il concetto è questo: non sappiamo più osare di vivere non protetti in qualche modo. Dalle previsioni meteo per salire in montagna, alla banale prenotazione di un hotel per non rischiare di trovarsi allo scoperto.

Riflettevo su tutte queste cose dopo un recente viaggio in Groenlandia. Fortunatamente esistono ancora terre in cui nulla è certo, sicuro, protetto. Non pretendo certo che tutti condividano il mio punto di vista, ma mai come in questa esperienza ho avuto la netta percezione dell’essere in balìa – nel senso più bello e felice del termine – della natura. Certo anche noi avevamo le nostre previsioni meteo: evitare un piteraq a 180 km all’ora può essere utile. Certo anche noi potevamo inviare alcuni messaggi di testo a casa, ogni tanto. Ma la natura intorno a noi la faceva completamente da padrona. Eravamo a decine di chilometri di distanza dal villaggio più vicino, in un circo di montagne d’incomparabile bellezza dove eravamo giunti con le nostre forze, trascinando pulke da 50 kg. Consci del fatto che in qualsiasi momento avremmo potuto incontrare orsi bianchi – in aprile fuori dal loro letargo – che avremmo dovuto attraversare con cautela i fiordi ghiacciati – quanto peso tiene il mare ghiacciato ad aprile ? – che avremmo dovuto affrontare bufere violente e nevicate eccezionali, come è poi di fatto avvenuto. Nulla era certo. E se le incertezze e i rischi tipici delle montagne (maltempo, vento, valanghe) eravamo preparati ad affrontarli, perchè parte dell’andare in montagna abitualmente, certamente alcune situazioni ci erano totalmente nuove: come abituarsi ad addormentarsi col fucile a fianco del sacco a pelo e l’orecchio teso al tripwire (l’allarme anti-orsi bianchi) o a camminare sul mare ghiacciato osservandone le crepe e i sastrugi, sempre sondando il terreno davanti a noi coi bastoncini, consci che una caduta in mare con tutto l’equipaggiamento sarebbe stata di certo un problema serio, per usare un eufemismo. Eppure.  Eppure l’entusiasmo di trovarsi faccia a faccia con la natura, anche nelle sue espressioni più selvagge, prevaleva su ogni altra sensazione, su ogni paura. E non solo in me, ma in tutti i miei compagni di viaggio. Vivere la natura è sentirsi vivi ma umili, comprendere che non si è al centro dell’universo, che i sistemi non girano attorno alle nostre esigenze. Perchè la curiosità porta all’esperienza e alla comprensione anche dei propri limiti. In alcune circostanze, in questi ambienti l’uomo è un piccolo tassello, non estraneo – gli inuit convivono da millenni con una natura estrema – ma che deve adattarsi ai ritmi e agli elementi naturali.

Leggo – è cronaca di poche settimane fa – dell’uccisione “programmata” della sventurata orsa trentina, colpevole di trovarsi sul cammino di un escursionista col suo cane. Non voglio discutere sul senso di un programma di reinserimento degli animali selvaggi in una situazione fortemente antropizzata – nonostante tutto – come il Trentino, per quanto abbia una mia idea in proposito. Non siamo il Canada nè la Kamchatka e nemmeno la Slovenia. Siamo un paese di dimensioni ridicole affollato di sessanta milioni di persone; immaginare una vera wilderness in l’Italia è impossibile o quasi, per motivi territoriali ma anche e soprattutto culturali.
Ma un sistema che deve abbattere un animale selvaggio per proteggere un “ospite” umano di un ambiente “selvaggio” come un bosco è davvero un paradosso. E soprattutto mette tanta tristezza in chi conosce la vera wilderness di tanti paesi più consapevoli da questo punto di vista. Perchè il vero problema è riempirsi la bocca di belle parole sulla bellezza della natura selvaggia – tipica superficialità italica – ma trovarsi poi a non accettarne gli aspetti meno piacevoli e più imprevisti – lupi, orsi, pecore sbranate, incontri ravvicinati.  E’ la curiosità, la scoperta, la natura che si scontra con la tutela estrema, ormai forzata dell’elemento umano. Meglio un ritorno alle origini ? Meglio la paura dei lupi e degli orsi nei paesi – come in Groenlandia dove siamo stati accolti dall’orso bianco appena arrivati al villaggio di Kulusuk ? Non so dire. Ma una maggiore consapevolezza che non siamo elemento centrale della vita su questo pianeta, farebbe un gran bene a tutti noi. A dispetto della nostra arroganza, della nostra capacità di addomesticare – e spesso distruggere – ogni cosa o essere, di alterare gli equilibri sempre a nostro favore, ignorando la bellezza della wilderness, della natura e di una buona dose di ignoto.

Lo stesso si potrebbe dire di tanto modo di viaggiare recente. Sempre più i viaggi vengono programmati in ogni dettaglio utilizzando questi deprimenti portali di prenotazione all inclusive. Voli, hotel, auto a noleggio, escursioni, ascensioni, musei, visite: nulla è lasciato al caso, all’improvvisazione, all’invenzione. E’ la noia mortale, la fine dell’immaginazione e della scoperta. Quando facevo il tour operator specializzato in trek e montagna, ho avuto richieste di gruppi che pretendevano di sapere perfino il menu dei pasti forniti durante i trekking. La risposta era sempre la stessa: avete sbagliato agenzia. Il viaggio, soprattutto in natura, è scoperta, novità, visione inaspettata. E’ anche l’imprevisto che ci costringe a condividere il tetto di un alpeggio con lo sherpa o la yurta con un pastore kirghiso. Sono i momenti di un‘esperienza vera e intensa a contatto con il mondo che ricompensano alla fine della fatica e del disagio. Perchè Into the wild non è solo il titolo di un bellissimo film, ma è una vera e propria filosofia di vita.

Grande mondo antico

GRANDE MONDO ANTICO

Spitzkoppe

Spitzkoppe, Namibia.

Sono passati vent’anni esatti da quando ho iniziato a fare il mestiere di organizzatore di viaggi specializzati – alpinismo, trek e raid in deserto – e quasi trenta dai miei primi viaggi-avventura. Era il 1988 e pur essendo già “tempi moderni”, non c’erano ancora nè internet, nè i telefoni cellulari o i satellitari e il mondo appariva per molti versi ancora grande e ricco di spazi per l’esplorazione, che fosse verticale o orizzontale, per terra e per mare. Tante vette lontane da salire, deserti da attraversare e mari da navigare.
Grazie al lavoro di agente speciale, nel senso di viaggi speciali, ho potuto vivere ancora un’epoca di piccoli e grandi viaggi esplorativi, anche in quei paesi che oggi sono divenuti “difficili” o decisamente pericolosi. Non ho vissuto l’epopea dei viaggi via terra in Afghanistan degli anni 60/70, meta leggendaria di tanti avventurosi fricchettoni, ma qualche ricordo speciale nel cassetto ce l’ho. Come i miei viaggi lungo la Karakorum Highway per raggiungere il Xinjang, o i trek nelle valli dell’Hindukush e del Baltoro degli anni 80 e 90: memorie probabilmente irripetibili, nonostante le rassicurazioni dei miei amici pakistani sulla sicurezza ristabilita nel paese.
Ma in questi anni, è come se il mondo si fosse rimpicciolito, non però nel senso che ci si poteva aspettare: cioè di un mondo più raggiungibile grazie a mezzi di trasporto, informazioni e contatti sempre più moderni ed efficaci. Al contrario, si è rimpicciolito perchè sono sempre di meno i paesi che si possono visitare con la tranquillità e la certezza di poterne vivere e godere ogni aspetto. O semplicemente perchè la sicurezza minima non è più garantita. E’ un mondo che si sta sempre più ri-provincializzando, che sta tornando ai muri e alle divisioni, alle difese e agli “scontri di civiltà”.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che la Turchia, nel volgere di pochi anni, sarebbe passata da paese simbolo della convivenza intelligente tra laicismo e religione, paese di reale collegamento, fisico e culturale, tra l’Oriente e l’Europa, ad essere nazione sempre più integralista, governata da una dittatura in pectore di stampo teocratico, completamente irrispettosa dei più elementari diritti umani ? Chi si sarebbe aspettato di veder risorgere barriere, recinzioni, dogane tra i paesi europei per la gestione dei flussi migratori – peraltro accesi e divenuti incontrollabili proprio grazie alle politiche affaristiche e guerrafondaie dell’Europa stessa e delle altre potenze mondiali in quegli stessi paesi. O di tornare a usare il passaporto per andare in Inghilterra ?

Il mondo si è ristretto irrimediabilmente. Dell’Africa mediterranea da frequentare è rimasto solo il Marocco, gli altri paesi resi complicati da situazioni socio-politiche di grande instabilità, quando non di vera e propria guerra. La Siria delle meraviglie archeologiche è un cumulo di macerie e morti nelle mani di un dittatore inetto, delle grandi potenze e dei barbari dello stato islamico che fanno piazza pulita di persone ed arte. Sotto lo sguardo distratto del mondo. Inutile perfino citare Iraq e Libia. Tanti altri paesi asiatici di religione islamica, come ad esempio il Pakistan, sono magari visitabili, ma la fama che li accompagna, in parte anche giustificata, li rende di fatto off limits per la stragrande maggioranza dei viaggiatori.
Le frontiere tra Tibet e Nepal, la cui apertura ha sempre avuto andamenti piuttosto altalenanti negli anni, negli ultimi tempi sono sempre più chiuse che aperte, con viaggiatori obbligati a cambiare i propri piani a pochi giorni dalla partenza.

E’ una vera sconfitta dell’uomo, il quale mentre si attornia di mille supporti tecnologici, di ogni raffinatezza digitale e virtuale, trova sempre più strade sbarrate alla sua voglia di essere viaggiatore. E’ una sconfitta della curiosità, della bellezza dell’imprevisto, del piacere dell’incontro casuale: di ciò che da sempre ha reso gli uomini esploratori nel senso più ampio e nobile della parola.
I sognatori e i viaggiatori più duri e puri rimangono, intendiamoci: un caro amico esperto di Sahara, continua a guidare persone in quelle aree e non manca mai di descrivermi la bellezza infinita dei paesaggi e delle persone che s’incontrano in Algeria e Mauritania o in Gambia. Altri solitari overlander continuano le loro peregrinazioni in tutta l’Africa o attraverso l’Asia. Ma si tratta sempre più di appassionati e coraggiosi viaggiatori a oltranza – troppo spesso scambiati da una stampa disattenta e ignorante (nel senso che ignora) per folli cercatori di adrenalina.

L’unico piccolo vantaggio è che questi nuovi limiti ai nostri spostamenti, fanno scoprire avventure più vicine e inaspettate: pellegrinaggi sui cammini medievali europei, traversate sulle Alpi o sugli Appennini, viaggi e cammini sulle latitudini più nordiche di Norvegia, Islanda o Groenlandia. E che gli stranieri scoprono nell’infinitamente vario territorio italiano, pur nella sua spesso asfissiante antropizzazione, un terreno di gioco inesauribile.
Se saremo in grado, una buona volta, di fare valere il nostro patrimonio turistico davvero a 360°, mettendo a frutto – che è l’opposto virtuoso di sfruttare – la ricchezza paesaggistica e culturale di cui disponiamo; se accadrà, un giorno, di avere una classe politica meno mediocre, in grado di gestire al meglio le risorse; se, insomma, prenderemo finalmente coscienza che siamo un paese a completa vocazione turistica che potrebbe vivere – e bene – di questo praticamente in ogni regione, ecco, allora la pena per le barriere che ci siamo costruiti intorno, forse sembrerà più sopportabile e magari restituirà un poco di fiducia nelle persone e nel mondo.

Ma, come cantavano i Nomadi tanti anni fa, forse noi non ci saremo.

Dinamiche di coppia

Emilio Previtali ha pubblicato il 17 maggio un post su Facebook nel quale, con la sua usuale lucidità e capacità di scrittura, commenta la bella conclusione del “Percorso Ottomila” di Nives Meroi e Romano Benet. Condivido gran parte del suo scritto e quindi il mio commento potrebbe chiudersi con questa stringa: https://www.facebook.com/emilio.previtali/posts/10155316680741726 . Vedi Previtali.

Se continuo è perchè mi piacerebbe aggiungere qualche considerazione personale, che viene dalla profonda amicizia che mi lega a Nives e Romano e dalla fortuna di aver condiviso in passato alcune avventure con loro.
Ero con loro in quel magico 1994 al K2, quando per tre mesi siamo stati “prigionieri” dello spigolo nord del Qogir, o meglio del fiume Shaksgam, che col suo impetuoso scorrere blocca pressochè qualsiasi possibilità di fuga dalla montagna. Una spedizione difficile ma magica, che ha dato il via a una conoscenza divenuta in breve tempo una bella amicizia. E’ lì che ho visto in azione per la prima volta la loro forza tecnica e fisica, una forza resa esponenziale dalla loro intesa come cordata e come coppia. E’ lì che ho potuto apprezzare per la prima volta il loro rigore etico: niente ossigeno, niente portatori d’alta quota, corde fisse solo quando e se strettamente necessario. Quella volta, assieme all’amico Filippo Sala, altro alpinista di pianura come me, ma molto più forte, salirono l’ultimo tratto dello spigolo in stile alpino, senza nemmeno un spezzone di corda, su un terreno misto mai salito prima e con difficoltà decisamente sostenute. Raggiunsero verso il tramonto del 31 luglio – data fatidica per il K2 di 50 anni prima – gli 8.450 metri di quota, apparentemente a un passo dalla vetta del K2, ma in realtà separati da essa da un profondo vallone, cosa che gli impedì di metterci piede. Amen.
Ma la forza di questa coppia di friulani tosti e rigorosi era ben chiara e stagliata verso il cielo come lo spigolo su cui salivano.

Da allora il loro stile, il loro rigore non li ha mai abbandonati; così come, pur condividendo negli anni spedizioni e salite con tanti amici, non è mai stata in discussione la loro indissolubile cordata. Solo il compianto Luca Vuerich ha pienamente condiviso tende, gioie e sofferenze di tante delle loro successive avventure; ma con Luca la loro era come una famiglia, pronta a dividersi onori e oneri, carezze e sberle delle montagne. Con gli altri alpinisti poteva esserci condivisione di fatiche e di qualche campo, la posa di qualche tratto di corda fissa, le cene e le ore d’ozio al campo base. Ma la salita ultima, quella che porta in vetta era affare loro e basta. Questo, in alcuni casi, ha portato qualcuno a considerare Nives e Romano troppo individualisti o “estranei” alle dinamiche del gruppo. Ma chi li conosce bene, sa che non si tratta di individualismo: è il loro modo di andare in montagna, soprattutto il momento della verità, quello della vetta, è solo loro, nel passo, nei pensieri, nell’assunzione dei rischi, nel fallimento e nel successo.

Per tanti anni ho organizzato professionalmente spedizioni e ho avuto modo di conoscere un gran numero di alpinisti, famosi e meno famosi. In pochi ho ritrovato la stessa capacità di “sentire” la montagna. L’istinto animale di Romano nel trovare la via – anche se con qualche brillante errore dovuto alle condizioni o alla sua proverbiale caparbietà – la determinazione inarrestabile di Nives, sono stati i motivi dominanti del loro andare in montagna. Pochi campi, montati e smontati, caricati sulle spalle in salita e in discesa, pochi metri di corda per i tratti più difficili, sono stati il loro stile.
Anche la fase della malattia di Romano è stata affrontata allo stesso modo: come una cordata indissolubile. Che non vuol dire essere sempre d’accordo, anzi. Nives e Romano discutono spesso in montagna – e non solo. Come tantissime coppie normali. Ma quando arriva il momento, sanno che la loro forza si amplifica nell’armonizzazione dei loro passi. Anche questo non vuol dire muoversi sempre insieme; diverse volte Romano ha preceduto Nives su qualche montagna, attendendola in vetta per parecchi minuti. Così come Nives ha atteso e sostenuto Romano in quell’incredibile odissea che è stata la discesa dal Kanchenjunga l’anno in cui Romano scoprì di essere gravemente ammalato.

Non esistono altre coppie nella storia dell’alpinismo che abbiano completato la salita dei 14 ottomila della Terra e questo è davvero un record. Anche in questo caso tanti altri alpinisti, pure meno blasonati, avrebbero predisposto una macchina di comunicazione massiccia, prima, durante e dopo la spedizione. Ma non loro. Non l’hanno mai fatto ed ero certo non l’avrebbero fatto nemmeno questa volta.  Ora tanti “commentatori” e addetti ai lavori, che per anni li hanno snobbati, o alla meglio considerati degli originali, saliranno sul carro del vincitore, come sempre accade in Italia – qualcuno già lo fa. Ma questo fa parte del gioco e del mondo dell’alpinismo mediatico. Quello stesso in cui è lecito propagandare progetti fantascientifici su tutti i media possibili, tanto poi si fa sempre a tempo ad abbassare il tiro, incolpando la neve, il maltempo, i compagni fedifraghi, i portatori inaffidabili o le corde finite.
La filosofia dei nostri è sempre stata prima faccio e poi racconto. E proprio questa è forse la summa della loro montagna, pensata e vissuta per il piacere di salire, non di far conoscere agli altri la propria bravura. Che poi, paradossalmente, Nives – ma sempre di più anche Romano – è bravissima a raccontare. Chi ha assistito ad una delle loro conferenze, sa quanto bene riescano a trasmettere, con le immagini e le parole, le loro emozioni, paure, felicità, successi e insuccessi. Ma tutto quello che precede è avvolto da una sorta di pudore, di reticenza schiva e raccolta che forse non li proietterà nell’empireo di Facebook, Twitter e altri effimeri, ridondanti media, ma di certo ne sancisce la grandezza umana e alpinistica.

E adesso ? Quali progetti potranno inventarsi Nives e Romano ? Ancora non si sa, naturalmente, ma la “libertà” dagli ottomila non potrà che scatenare la loro fantasia su nuovi (o vecchi ?) progetti, che, se li conosco bene, saranno scomodi, complicati, lunghi e con poche probabilità di successo. Insomma, i progetti giusti per una coppia di friulani forti e caparbi come loro.

Everest, il film e l’alpinismo himalayano

Fare bei film di montagna è difficile. Non parlo di documentari o reportage ma proprio di film con attori, una sceneggiatura e una trama che si dipana nel tempo e nello spazio. I tentativi fatti negli anni, se pure non tantissimi, hanno quasi sempre prodotto risultati imbarazzanti. Pensiamo al “Grido di Pietra”, ad esempio, che pure vedeva all’opera un regista del calibro di Werner Herzog o, molto ma molto peggio, a “Cliffhanger” o a “Vertical Limit”, con le loro pistole spara-chiodi e la nitroglicerina per fare un recupero da crepaccio. Per non parlare del terribile film italiano per la TV “K2”, polpettone improbabile girato nel giardino di casa. Qualche bella eccezione c’è stata: “Cinque giorni un’estate” di Fred Zinneman, in cui la montagna è protagonista nella storia d’amore di un fascinoso Sean Connery e della sua giovane compagna di salite. O al bel thriller “Assassinio sull’Eiger”, dove assieme ad una storia avvincente si ammirano scene di alpinismo davvero belle e credibili. Ma per il resto è nebbia.

Dunque da “Everest”, ultimo arrivato di questo filone, non mi aspettavo granchè, se non l’ennesima americanata piena di effetti digitali e personaggi improbabili. Del resto, a parte conoscerne il successo commerciale piuttosto netto – addirittura è ancora nelle sale nel momento in cui scriviamo, dopo oltre un mese di programmazione – e il solito commento negativo preventivo di Reinhold Messner, avevo potuto farmi una vaga idea (non esaltante) solo dai trailer proiettati sui vari media.

Con queste premesse, avendo letto ai tempi sia il libro “Aria sottile” di Jon Krakauer che “Everest 1996” di Anatoli Boukreev, conoscendo bene la montagna e soprattutto essendo stato personalmente presente sulla montagna in quella fatidica primavera 1996 – anche se sul versante tibetano – sono andato a vedere il film.

In sala ho cercato di seguirlo con occhio critico ma non prevenuto e forse è servito, perchè all’uscita mi sono reso conto che riuscivo soprattutto a descriverlo per quel che “Everest” NON è. Non è un brutto film in senso assoluto. Certo, bellezza e bruttezza sono spesso termini soggettivi. Ma se affermo che “Vertical limit” è un film pessimo, credo che questo valga più o meno per tutti. Everest non è pessimo. Non è “esagerato”. Le scene sono verosimili, le tecniche alpinistiche, a parte qualche piccola, incongruente concessione al brivido (gli alpinisti che scivolano in basso attaccati alle corde fisse con la jumar) sono più o meno corrette. Non ci sono effetti super-speciali. A parte l’arrivo della tempesta che sembra una nuvola extraterrestre con dentro l’astronave – mai vista una tempesta muoversi così in Himalaya – la montagna è ripresa bene, i campi lunghi sono reali(stici) e la fotografia è piuttosto bella.

Poi ho cominciato a fare una serie di altre considerazioni. Se è vero che non è un brutto film, “Everest” è una pellicola che, agli occhi di chi conosce bene la storia di quella terribile primavera, rimane in superficie per molti aspetti – se non proprio tutti. I personaggi sono poco caratterizzati, sia i principali che i secondari; solo Rob Hall risulta essere un po’ più approfondito, con la sua etica rigorosa e la meticolosa organizzazione. Ma per il resto si tratta di poco più che schizzi di personaggi. Scott Fischer è l’ombra di quel che era in realtà: a parte il ritratto da “fricchettone” semi-alcolista, sembra quasi un sempliciotto che si adatta subito alle richieste di Hall. Boukreev ha quasi i tratti dell’Ivan Drago di Rocky: due parole appena in finto russo e forza disumana che viene fuori nel soccorso finale al Colle Sud; per il resto del film si vede appena. Solo un accenno, col suo rifiuto dell’ossigeno, alla sua filosofia di guida d’alta quota, peraltro ampiamente esposta nel suo libro “The Climb”, uscito poco dopo “Aria sottile”. Quanto agli altri: Beck Weathers è il prototipo del texano spaccone mentre Yasuko Namba sembra capitata lì per caso – e Krakauer pure, in fondo.

Comunque se è vero che per chi non ha letto i libri, le scene e i confronti tra i personaggi possono anche apparire realistici, per chi conosce la storia tutto è troppo debole e accennato, non scende sotto il primo strato della semplice descrizione. Anche la rivalità Hall-Fisher per riuscire ad accaparrarsi clienti e giornalisti, nei fatti piuttosto accesa, e l’approccio alla gestione dei clienti sulla montagna, molto diverso tra i due – Krakauer evidenzia questo aspetto nel suo libro – nel film sono appena accennati. La critica “sociale” alla follia delle spedizioni commerciali sui colossi himalayani, elemento centrale di tutta la discussione post- tragedia sui media e nel mondo alpinistico, proprio non c’è: di nuovo solo un timido accenno in una brevissima scena al campo base, in cui la guida di un’altra spedizione commerciale mostra ai clienti come montare i ramponi e tutto si chiude lì.

Per tutti questi motivi, il paradosso più alto di “Everest” si raggiunge durante la scena della morte di Hall bloccato sulla montagna, nel momento in cui dal campo base viene messo in contatto via radio con la moglie. Questo momento, il più drammatico e vero di tutta la pellicola perchè vero nella realtà, sembra solo un espediente drammaturgico per strappare un’emozione – e una lacrima – in più. E in sala c’è chi non manca di far notare ad alta voce l’ ”esagerazione”…

Non si può certo dire che non mancasse materiale. Anzi il regista islandese Kormàkur parte proprio da libro di Krakauer: un bel libro, scritto bene, che affascina e tiene incollati alle pagine, anche se molto “americano” per quel che riguarda le valutazioni sull’operato di Boukreev come guida. Non a caso dopo l’uscita di “Aria Sottile” Boukreev pubblica il suo libro con la propria versione dei fatti. Forse proprio su questa diversa visione del lavoro di guida d’alta quota si sarebbe potuto lavorare, fornendo al pubblico che non conosceva la storia del 1996 e il mondo dell’alta quota, elementi più utili per valutare personalmente le cose. Il libro di Boukreev, se pure letterariamente non così accattivante, è estremamente utile per bilanciare il racconto dei fatti e capire le pieghe di un evento che è stata una lunga catena di errori tenuta insieme da una dose di fatalità. Ma probabilmente sarebbe stato un altro film e avrebbe richiesto una capacità di lavoro sui personaggi molto maggiore e più approfondita. Così rimane un film semplice che piace al grande pubblico, ma sicuramente non soddisfa gli addetti ai lavori o chi si aspettava qualcosa di più.

Certo non è facile per nessuno raccontare l’Everest, meno che mai attraverso un film che si propone di arrivare al grande pubblico: condensare paure, ambizioni, azzardi, speranze, mescolare coraggio, vigliaccheria, meschinità e altruismo in un racconto comprensibile è impresa ardua. L’Everest, come tante montagne himalayane, è un mix di tutti questi sentimenti e li sublima con la caratteristica unica di essere la montagna più alta della Terra.

Anche il lato nord ha avuto, quella primavera, i suoi caduti: tre indiani morti per sfinimento sopra gli 8.300 metri e un austriaco, impegnato in una “solitaria” nell’affollamento di corde fisse, sherpa e alpinisti, fitti anche sul versante nord. Mentre ci muovevamo sulla cresta nord dell’Everest, esattamente in quei giorni del 1996, assieme a Nives Meroi, Romano Benet e altri compagni d’avventura, mai avremmo immaginato quel che sarebbe successo, quale tragedia si sarebbe condensata sulla montagna. Col vento che montava, scendendo dal colle nord nel whiteout completo, pensavamo che sarebbe stato davvero complicato, per usare un eufemismo, trovarsi in alto. Nel 1996 le notizie viaggiavano molto più lente: telefono satellitare, qualche primo computer al campo base per le spedizioni più ricche, ma niente Facebook, Twitter, Whatsapp o altri “social” media.

Le notizie arrivarono al campo base nord con ritardo e ben confuse, nei nomi e nei numeri. L’unica cosa certa è che era stato un vero disastro. Solo una volta rientrati a Kathmandu a fine spedizione, capimmo qual era la portata, anche mediatica, di ciò che era accaduto: giornali, riviste, internet, tutti parlavano dell’ecatombe dell’Everest.

Era già accaduto al K2 nel 1986, 13 alpinisti morti – Kurt Diemberger ne aveva raccontato nel bellissimo libro “K2 sogno e destino” – e sarebbe accaduto ancora, di nuovo al K2 nel 2008, 11 alpinisti persi sulla montagna. Tra queste epopee, che sono ricordate soprattutto per la concentrazione di alpinisti caduti nel corso di un solo evento, si dipana la storia dell’himalaysmo, con centinaia di altri alpinisti rimasti sulle montagne durante l’inseguimento dei propri sogni.

Dodici anni fa, scrivendo un articolo dopo aver perso un amico proprio sull’Everest, avevo annotato:
“Gli alpinisti, professionisti o dilettanti che siano, continuano a salire le montagne himalayane e l’Everest con quell’ostinazione che sempre sottende i sogni più potenti. Questi non sono influenzati dal raggiungimento della cima; il sogno non è professionista nè dilettante. Il sogno è neutro e puro, rarefatto come l’ostinazione.

Il nostro corpo d’acqua, al novanta per cento,
è strapieno d’ossigeno,
la neve calpestata, che ci ha inzuppato i panni,
pure è zeppa di ossigeno
e le rocce sono tenute insieme
dal reticolo di atomi di ossigeno,
ma noi quassù testardi
lo cerchiamo dove meno ce n’è,
scarso nell’aria povera di peso.

E’ la poetica lucidità di uno scrittore come Erri De Luca, a regalare la più bella descrizione dell’alpinismo d’alta quota che io abbia mai sentito. A cogliere l’essenza primaria di questo alpinismo: la caparbietà, l’ostinazione che supera ogni limite di razionalità e calcolo per farsi sublimazione di fatica, azione e, a volte, azzardo. Una dedizione fisica e psicologica che s’inizia molto prima e termina molto dopo la spedizione stessa, con uno straniamento acuto che richiede tempo prima di placarsi. I morti di questi giorni, così come i salitori felici, sono sognatori ostinati. Come quelli che hanno tentato, tentano e tenteranno ogni montagna di ottomila metri. Ognuno con la sua propria natura. Si sa, non è facile comprendere la complessità delle motivazioni che spingono uomini e donne ad affrontare salite lunghe e rischiose come quella dell’Everest. Ancora una volta cito il film Elephant di Gus Van Sant, o meglio la parabola che sta alla base del titolo. Questo si riferisce ad un’antica parabola buddista che narra di alcuni uomini ciechi che esaminano un elefante: le orecchie, la coda, la proboscide, le zampe. Ognuno di loro è convinto di aver compreso la vera natura dell’animale basandosi sulla parte che sta esaminando, cioè che l’animale sia un serpente, un albero, una corda, un ventaglio od una lancia. Ma nessuno di loro vede l’intero, ne capisce l’intera natura. Utilizzando la parabola nel contesto di questo alpinismo, si potrebbe dire che molti sono spesso convinti di averne compreso la natura basandosi sulla valutazione di un solo aspetto, quasi sempre il più eclatante, ma senza accorgersi di quanto siano molteplici e complicati gli intrecci di pulsioni, sogni, coraggi e paure che muovono le persone su queste montagne. Quanti soloni ciechi, infatti, ad ogni tragedia, siamo obbligati ad ascoltare sui giornali, in televisione o sulla rete, è persino inutile ricordarlo.”

Continuo a ritenere che sia molto difficile far comprendere appieno cosa muove gli alpinisti d’alta quota. Alcuni scrittori – Diemberger su tutti – ci riescono bene: la parola ha spesso una potenza che nessuna immagine riesce a eguagliare. Nessun film, credo, potrà mai riuscirci.

Viaggi, parole, immagini

DSC08001FBSono i grandi temi che hanno caratterizzato la mia vita professionale e personale. Una vita in viaggio durante la quale la scrittura e la fotografia si sono indissolubilmente intrecciate a segnare i momenti più forti, così come le ore più tranquille.
Ora metto insieme in questo sito tutto il raccolto di oltre venticinque anni di attività: articoli, fotografie, video, e viaggi.
I viaggi li propongo a chi ha voglia di percorrere sentieri diversi e meno battuti. Viaggi a piedi, per lo più e con gli sci, altra passione infinita di tutta la vita. L’Asia è la mia seconda terra, l’Africa un amore più tardivo e totale.
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Che sia per un viaggio, una foto o una lettura, spero che il tempo speso su queste pagine sia piacevole.